Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di accelerare. Fare di più. Decidere più velocemente. Rispondere subito. Raggiungere il prossimo obiettivo senza concederci neppure il tempo di comprendere se sia davvero quello giusto per noi.
In questo scenario, fermarsi può sembrare una debolezza, una perdita di tempo o persino un lusso. Eppure, molto spesso, è proprio quando smettiamo di correre che iniziamo a vedere con maggiore chiarezza.
Da questa consapevolezza è nato “La forza di fermarsi”, l’incontro di coaching esperienziale riservato a pochissime persone che ho condotto a Bologna presso Atelier Tubertini. Un luogo accogliente e raccolto, nel quale dieci persone hanno scelto di dedicarsi due ore e mezza di ascolto, riflessione e lavoro su di sé.
Non un incontro da seguire passivamente, ma un’esperienza da attraversare.
Fermarsi non significa smettere
Quando pensiamo all’idea di fermarci, spesso la associamo all’immobilità. In realtà, fermarsi non significa rinunciare ad agire. Significa interrompere, per un momento, il movimento automatico con cui attraversiamo le nostre giornate.
È uno spazio nel quale possiamo domandarci:
Dove sto andando?
Quello che sto facendo mi appartiene ancora?
Che cosa non riesco a vedere mentre continuo a correre?
Durante l’incontro, ogni partecipante ha scelto un tema concreto della propria vita sul quale lavorare: una decisione da prendere, un cambiamento da affrontare, una preoccupazione, una relazione o una situazione professionale da osservare con maggiore lucidità.
Il coaching, infatti, non offre risposte uguali per tutti. Crea le condizioni affinché ogni persona possa incontrare le proprie domande e riconoscere nuove possibilità.
Un percorso attraverso cinque stanze
L’esperienza è stata costruita come un viaggio attraverso cinque stanze simboliche. Ogni stanza rappresentava un passaggio interiore. Non cinque argomenti separati, ma cinque movimenti collegati tra loro: vedere, respirare, lasciare andare, scegliere e riportare quanto emerso nella propria realtà. Per creare questo percorso ho preso spunto da alcuni esercizi della TheoryU
Prima stanza: vedere
La prima stanza è stata dedicata all’attenzione e all’osservazione. Guardare non significa necessariamente vedere. Possiamo avere una situazione davanti agli occhi per molto tempo e continuare a interpretarla attraverso le stesse convinzioni, le stesse abitudini e gli stessi giudizi.
Vedere richiede la disponibilità a sospendere, almeno temporaneamente, ciò che pensiamo di sapere.
I partecipanti sono stati invitati a osservare il proprio tema da prospettive differenti, riconoscendo non soltanto ciò che appariva evidente, ma anche ciò che fino a quel momento era rimasto ai margini.
A volte, il primo cambiamento non consiste nel fare qualcosa di nuovo. Consiste nel riuscire a vedere diversamente ciò che è già presente.
Seconda stanza: respirare
La seconda stanza ci ha riportati al corpo e al momento presente. Quando la mente è affollata, ogni problema sembra più grande. I pensieri si sovrappongono, le alternative si confondono e diventa difficile distinguere ciò che sta realmente accadendo da ciò che temiamo possa accadere.
Respirare consapevolmente non elimina le difficoltà. Ci aiuta, però, a creare uno spazio tra noi e ciò che stiamo vivendo. In quello spazio possiamo rallentare il dialogo interno, ridurre il rumore mentale e recuperare una presenza più stabile. Il respiro diventa così qualcosa di più di un gesto automatico: diventa un punto di ritorno.
Terza stanza: lasciare andare
Non tutto ciò che portiamo con noi continua a esserci utile. Tratteniamo aspettative, vecchie immagini di noi stessi, giudizi, sensi di colpa, bisogno di controllo e modi di reagire che un tempo potevano proteggerci, ma che oggi rischiano di limitarci.
Lasciare andare non significa cancellare ciò che è accaduto o fingere che non abbia avuto importanza. Significa riconoscere che qualcosa ha concluso la propria funzione e che possiamo scegliere di non permettergli più di guidare il nostro presente. Durante questa fase, ogni partecipante ha potuto individuare un peso, un pensiero o una modalità da alleggerire rispetto al proprio tema.
Perché non sempre abbiamo bisogno di aggiungere qualcosa. In alcuni momenti della vita, abbiamo bisogno di fare spazio.
Quarta stanza: scegliere
Ogni scelta autentica richiede presenza. Molte decisioni vengono prese per abitudine, per paura, per compiacere gli altri o per evitare temporaneamente una difficoltà. Possiamo chiamarle scelte, ma spesso sono reazioni. Scegliere davvero significa riconoscere ciò che conta, assumersi una responsabilità e accettare che ogni direzione comporti anche una rinuncia.
Nella quarta stanza abbiamo osservato il modo in cui ciascuno prende le proprie decisioni. Non per individuare immediatamente la soluzione perfetta, ma per formulare una domanda più profonda: Quale scelta sarebbe più coerente con la persona che desidero diventare?
La lucidità non nasce dalla certezza assoluta. Nasce dalla capacità di restare in ascolto anche quando non possediamo ancora tutte le risposte.
Quinta stanza: la tua realtà
Un’esperienza di coaching acquista valore quando riesce a entrare nella vita quotidiana. Per questo l’ultima stanza è stata dedicata alla realtà di ogni partecipante. Le intuizioni emerse durante il percorso sono state trasformate in un orientamento concreto: un’azione, una conversazione da affrontare, un confine da definire, un comportamento da sperimentare o una decisione alla quale dedicare nuova attenzione.
Non servono sempre grandi rivoluzioni. A volte il cambiamento inizia da un gesto piccolo, ma consapevole. Da qualcosa che interrompe un automatismo e apre una possibilità diversa.

Gli strumenti utilizzati durante l’incontro di coaching
Durante questo percorso di coaching, ho utilizzato diversi strumenti, pratiche ed esercizi di coaching. Particolarmente apprezzati sono stati gli esercizi che utilizzano la cognizione incarnata, alcuni passaggi dell’Ikigai e il linguaggio ipnotico.
Il processo del coaching e le domande potenti sono indispensabili, ma aggiungendo strumenti ed esercizi si può ottenere un percorso più profondo e, soprattutto, più pratico. In questo senso, la Scuola di Coaching MCI offre un percorso ricco di tecniche e strumenti di coaching che possono essere utilizzati in diverse occasioni.
Il valore degli incontri di coaching in presenza
Gli incontri in presenza possiedono una qualità particolare. Ci sono gli sguardi, le pause, il linguaggio del corpo e la possibilità di sentire l’energia che si crea quando un gruppo accetta di lavorare con autenticità.
Pur partendo da temi personali differenti, i partecipanti hanno condiviso uno spazio comune. Le domande di una persona sono diventate uno stimolo per le altre. Un’esperienza individuale ha risuonato nel gruppo. Il silenzio stesso ha assunto un significato.
È questa una delle dimensioni più potenti del coaching esperienziale: si lavora sul proprio tema, ma non si è soli. Il gruppo non fornisce soluzioni. Offre presenza, ascolto e prospettive.
Portare il coaching anche a Bologna
Condurre “La forza di fermarsi” a Bologna, presso Atelier Tubertini, ha rappresentato per me un’occasione importante per incontrare nuove persone e portare anche in questa città un modo di vivere il coaching concreto, profondo e partecipativo. Credo in un coaching che non rimanga confinato alle parole. Un coaching che coinvolga la mente, il corpo e le emozioni. Che non dica alle persone ciò che devono fare, ma le aiuti a vedere meglio ciò che stanno vivendo. Un coaching capace di generare domande, consapevolezza e responsabilità.
Gli incontri dal vivo permettono di trasformare questi principi in esperienza. Non si parla soltanto di presenza: la si sperimenta. Non si riflette soltanto sul cambiamento: si compie un primo movimento. Non si cerca una risposta preconfezionata: si impara ad ascoltare quella che sta prendendo forma dentro di sé.
La domanda con cui ripartire
Alla fine di un percorso non è necessario avere risolto tutto. Può essere sufficiente aver riconosciuto qualcosa che prima non riuscivamo a vedere. Aver lasciato andare un pensiero che occupava troppo spazio. Aver individuato una scelta possibile o un primo passo concreto.
La forza di fermarsi sta proprio qui: nel concederci il tempo necessario per tornare a noi stessi e ripartire con maggiore consapevolezza.
Per questo vorrei lasciare anche a te una domanda: Se ti fermassi davvero, anche soltanto per qualche minuto, che cosa della tua vita riusciresti finalmente a vedere?
“Fare” è importante, ma senza uno spazio nel quale osservare, respirare e scegliere, rischiamo di continuare a muoverci senza sapere se la direzione ci appartiene. A volte, il passo più coraggioso non è andare avanti. È fermarsi abbastanza a lungo da comprendere dove vogliamo andare.
