Oltre 260.000 persone, 194 Paesi, più di 2.000 comunità nel mondo. Dopo oltre dieci anni, u-lab chiude un ciclo importante. Ma i numeri raccontano qualcosa di più interessante: cosa accade quando impariamo a fermarci, ascoltare e lasciare emergere una possibilità futura nuova.
C’è un momento, nei percorsi di cambiamento, in cui quello che hai sempre fatto non funziona più. Le vecchie risposte non bastano, le strategie che ti hanno portato fin lì sembrano improvvisamente insufficienti.
Eppure non sai ancora quale sarà la strada successiva. È una terra di mezzo. Ed è interessante scoprire che proprio questo sembra essere uno dei tratti che accomunano migliaia di persone che, negli ultimi undici anni, hanno partecipato a u-lab, il grande laboratorio internazionale nato intorno alla Teoria U di Otto Scharmer.
Nel 2026 u-lab arriva alla sua dodicesima edizione. E lo fa con numeri impressionanti: oltre 260.000 partecipanti, 194 Paesi e più di 2.000 hub autorganizzati nel mondo.
Ma sono altri i numeri che mi interessano. Quelli che raccontano cosa è successo alle persone.
Perché 260.000 persone hanno scelto di fermarsi?
u-lab nasce nel 2015 da un’intuizione di Otto Scharmer, Senior Lecturer al MIT e fondatore del Presencing Institute. L’idea è semplice, ma per certi versi rivoluzionaria. Creare un percorso gratuito e aperto sulla Teoria U che non funzionasse come il classico corso online. Non semplicemente: uno insegna, gli altri ascoltano. Ma: molti imparano insieme a molti.
Le persone seguono il percorso online, ma contemporaneamente vengono invitate a incontrarsi, creare gruppi, sperimentare pratiche, lavorare su problemi reali.
Nascono così gli u-lab Hub. Come quello che ho fondato nel 2019 a Bari e che è attivo ancora oggi. A volte sono poche persone riunite in un salotto. Altre volte diventano vere e proprie comunità cittadine. E tutte fanno parte dello stesso grande ecosistema internazionale. È un particolare importante. Perché il cambiamento raramente avviene soltanto perché abbiamo capito qualcosa. Avviene quando iniziamo a fare esperienza di qualcosa di diverso.
Chi arriva a u-lab?
Guardando i dati raccolti negli anni emerge un universo estremamente variegato. Il 39,5% dei partecipanti proviene dall’Europa, il 27,7% dal Nord America, il 17,2% dall’area Asia-Pacifico, l’11,6% dall’America Latina e il 4,1% dall’Africa. Stati Uniti, Germania, Brasile, India e Paesi Bassi sono stati negli anni tra i Paesi maggiormente rappresentati.
Anche le professioni sono molto diverse.
Il 35% proviene dal mondo dell’imprenditoria sociale, il 23% dal business e il 14% dall’educazione. A questi si aggiungono persone impegnate nella pubblica amministrazione, nella sanità e nelle comunità locali.
Ma c’è qualcosa che trovo ancora più significativo. Molte persone arrivano a u-lab quando si trovano davanti a una soglia. Quando percepiscono che qualcosa deve cambiare, ma non sanno ancora cosa: succede nella vita, succede nel lavoro, succede nelle organizzazioni.
Sappiamo perfettamente da cosa vogliamo allontanarci, ma non sappiamo ancora verso cosa andare.
Ed è esattamente in quello spazio che diventa difficile restare.
Il nostro problema è che vogliamo subito la risposta
Quando non sappiamo cosa fare, generalmente facciamo una cosa: cerchiamo freneticamente una soluzione. Chiediamo consigli, cerchiamo informazioni, facciamo liste, analizziamo possibilità.
Aumentiamo il rumore proprio nel momento in cui avremmo bisogno di ridurlo. La Teoria U propone un movimento differente. Prima di decidere dove andare, prova a cambiare il luogo dal quale stai guardando. Sospendi per un momento quello che credi di sapere: osserva, ascolta e entra in relazione con ciò che sta accadendo.
E solo dopo prova ad agire. Otto Scharmer parla del blind spot, il punto cieco della leadership. Possiamo osservare quello che facciamo, possiamo analizzare i risultati che produciamo, molto più raramente ci chiediamo: da quale luogo interiore sto agendo?
È una domanda potente. Per un manager, per un coach, per un genitore, per un imprenditore, ma anche per una persona che sta semplicemente cercando di capire quale direzione dare alla propria vita.
I dati raccontano una trasformazione
Dopo oltre dieci anni di u-lab, il Presencing Institute ha analizzato le risposte raccolte attraverso i questionari dei partecipanti.
E qui emergono dati interessanti. Quasi il 33% delle persone intervistate definisce u-lab un’esperienza capace di cambiare la propria vita.
Ma ancora più significativo è capire come.
Quasi l’85% afferma di riuscire a vedere la propria situazione o il mondo attraverso prospettive nuove e più profonde.
L’82% dichiara di comprendere meglio la complessità di un sistema osservandolo da punti di vista differenti.
Un altro 82% afferma di riuscire a integrare maggiormente testa, cuore e mano nelle proprie decisioni.
E il 67% riesce a riconoscere meglio le dinamiche profonde, spesso invisibili, che influenzano un sistema.
Fermiamoci un momento su questi numeri. Perché non stanno dicendo che le persone hanno imparato una tecnica. Stanno dicendo qualcosa di molto più interessante: hanno imparato a vedere diversamente. E quando cambia il modo in cui guardiamo qualcosa, cambiano anche le possibilità che riusciamo a vedere.
Forse il cambiamento comincia dall’ascolto
Tra tutte le trasformazioni riportate dai partecipanti, ce n’è una che compare più frequentemente delle altre: l’ascolto profondo. Potrebbe sembrare poco. Non lo è. Perché quasi tutti ascoltiamo, ma molto spesso ascoltiamo cercando qualcosa: una conferma, un errore, un punto debole. L’occasione per dire quello che pensiamo. Ascoltare profondamente significa fare qualcosa di diverso. Significa riuscire, almeno temporaneamente, a sospendere la propria voce per fare spazio a quella dell’altro e progressivamente imparare ad ascoltare non soltanto ciò che viene detto, ma anche ciò che sta cercando di emergere. È una competenza fondamentale nel coaching, ma credo sia soprattutto una competenza umana.
Ma ascoltare non basta
C’è un secondo comportamento che emerge frequentemente dalle esperienze dei partecipanti. Dopo u-lab molte persone iniziano qualcosa. Un progetto, un’iniziativa, un cambiamento nella propria organizzazione, un prototipo. Ed è qui che la Teoria U diventa particolarmente interessante. Perché non ci invita a rimanere indefinitamente nell’introspezione. A un certo punto bisogna portare qualcosa nel mondo. È quello che ha fatto, per esempio, Salvador Pérez in Spagna.
Dalla sua esperienza con u-lab è nata la spinta a co-creare Albal Circular, un progetto comunitario di compostaggio che oggi gestisce circa otto tonnellate di materiale organico, coinvolgendo approssimativamente 500 persone, imprese e centri educativi ad Albal, nella zona di Valencia.
Un pensiero è diventato un esperimento. L’esperimento è diventato un progetto. Il progetto ha iniziato a modificare un pezzo di realtà. Questo passaggio mi interessa particolarmente. Perché spesso aspettiamo di avere una visione perfettamente chiara prima di muoverci.
La Teoria U suggerisce qualcosa di diverso: non aspettare di conoscere tutto il futuro. Costruiscine un piccolo pezzo e osserva cosa succede.
È il senso del prototyping.
Non cambiamo da soli
C’è poi un’altra lezione che emerge dalla storia di u-lab. Il cambiamento ha bisogno degli altri. Gli Hub sono stati uno degli elementi centrali dell’intero progetto: gruppi autorganizzati nei quali le persone potevano incontrarsi e sperimentare insieme le pratiche della Teoria U. La loro partecipazione, dopo una fase di rallentamento, è tornata a crescere fortemente:
49% nel 2022.
62,7% nel 2023.
68,2% nel 2024.
Un dato che dice qualcosa di importante. Possiamo leggere libri da soli, possiamo seguire corsi da soli, possiamo riflettere da soli.
Ma alcune trasformazioni hanno bisogno di un campo relazionale. Qualcuno che ci faccia una domanda. Qualcuno che veda ciò che noi non vediamo. Qualcuno che sappia restare in silenzio mentre cerchiamo una risposta.
Cinque persone possono cambiare il modo in cui guardi un problema
È anche il principio dei Coaching Circle, piccoli gruppi generalmente composti da cinque o sei persone. Una persona porta una sfida reale: gli altri ascoltano. Non corrono immediatamente a dare consigli. Non cercano di dimostrare quanto sono bravi a trovare soluzioni: ascoltano e osservano. Restituiscono immagini, intuizioni, percezioni.
È il principio della Case Clinic, uno degli strumenti più interessanti della Teoria U. E contiene una lezione che considero preziosa anche per chi fa coaching: non sempre aiutare qualcuno significa dargli una risposta. A volte significa creare le condizioni affinché possa vedere qualcosa che prima non riusciva a vedere.
Il mio incontro con la TheroyU
Ho incontrato la TheoryU nel 2019, prima leggendo un paio di libri e, successivamente, attraverso un percorso di formazione che mi ha consentito di diventare facilitatore della metodologia TheoryU e avviare un U-lab in Puglia. Poi, nel 2025 ho incontrato di persona Otto Sharmer. Ho portato la TheoryU sia in diversi contesti organizzativi, aiutando le imprese ad affrontare grandi cambiamenti, sia nelle mie sessioni di coaching.
La mia esperienza sul campo mi suggerisce che la TeoriaU può essere una potente risposta al periodo di frammentazione, isolamento e mancanza di senso che stiamo vivendo. Per questo, almeno una volta all’anno insegno la metodologia della TheoryU in un incontro in presenza itineranti in tutta l’Italia. A questo link, è possibile consultare il diario di tutte le edizioni svolte fino ad oggi.
Dopo undici anni, una nuova soglia
Il 10 settembre 2026 inizierà la dodicesima edizione di u-lab. Sarà anche l’ultima realizzata nella forma conosciuta finora in partnership con l’iniziativa di open learning del MIT, MIT Learn. Dopo undici anni si chiude quindi un ciclo, ma proprio qui c’è qualcosa che trovo affascinante. u-lab si trova oggi esattamente nella situazione che, per anni, ha insegnato alle persone ad attraversare. Una soglia. Il passato è conosciuto. Il futuro non è ancora completamente definito. E nel mezzo esiste quello spazio difficile nel quale siamo chiamati a non riempire immediatamente il vuoto con una risposta, ma ad ascoltare.
E tu, davanti a quale soglia ti trovi?
Forse è questa la domanda che possiamo portarci dietro dopo dodici edizioni e oltre dieci anni di u-lab. Non: “Cosa devo fare?” Ma, almeno inizialmente: “Cosa sto continuando a fare soltanto perché l’ho sempre fatto?” E poi: “Cosa non sto ancora vedendo?” “Cosa devo lasciare andare per riuscire a vedere qualcosa di nuovo?”
E infine: “Quale futuro sta cercando di emergere attraverso di me?” Non è necessario conoscere già tutta la strada. Forse è proprio questa una delle lezioni più importanti della Teoria U. Ci sono momenti nei quali non abbiamo bisogno di vedere l’intero percorso. Abbiamo bisogno di creare abbastanza silenzio da riconoscere il prossimo passo. E poi avere il coraggio di farlo.
u-lab 2026
La dodicesima edizione di u-lab prenderà il via il 10 settembre 2026. Il percorso rimane gratuito e aperto a tutti. Dopo oltre 260.000 partecipanti, 194 Paesi e più di 2.000 Hub nel mondo, questa edizione rappresenta contemporaneamente la conclusione di un ciclo e l’inizio di una nuova fase.
TheoryU: feedback
In questo video, puoi ascoltare i feedback raccolti durante i diversi laboratori con la TheoryU svolti in Italia:
TheoryU: video
In questo video, invece, puoi approfondire la TheoryU per scoprire cosa succede durante la TeoriaU:
Sperimentare e imparare la TheoryU
Se, invece, desideri approfondire in prima persona la TeoriaU, apprenderne la metodologia e vivere questa esperienza, allora puoi seguire il laboratorio della TheoryU che ti consente di sperimentare gli esercizi, apprendere la metodologia e sviluppare la tua leadership generativa.
